Marcello Pontalto – La biografia

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Gli esordi

Tutto è iniziato nel 1985, avevo soltanto due anni e già mi divertivo a smanettare l’impianto stereo di mio padre, un modulare Sony. Inserivo i Compact Disc e facevo partire la musica. Ricordo bene la sensazione di immensa soddisfazione che provavo nel farlo, evidentemente mi divertiva.

Avevo tre anni quanto ho rubato la radio mangiacassette a mia madre e l’ho fatta mia: ascoltavo la radio e recuperavo qualche nastro degli U2 dall’auto di mio zio.

Mio padre è sempre stato un tuttofare, un inventore. In quegli anni, in particolare, era al massimo del suo splendore: costruiva case, riparava cose, oltre a lavorare tantissimo per la famiglia.

Io, dal canto mio, giocavo tantissimo con le costruzioni LEGO. Formai così la mia indole che, negli anni successivi, divenne quella di smontare e rimontare tutto ciò che mi passava per le mani. Naturalmente, per quanto riguarda il rimontaggio, ci sono voluti una certa esperienza e qualche bel guaio prima di imparare a far funzionare di nuovo le cose, ma posso dire di avercela fatta.

Quel che è certo è che, da sempre, tutto ciò che ha a che fare con la musica e l’elettricità mi appassiona particolarmente.
A sei anni mi avresti trovato sicuramente in giro per il paese in bicicletta, mi è sempre piaciuto viaggiare ed esplorare.
Credo di aver perlustrato il piccolo paesello di Terrossa, dove sono cresciuto, palmo per palmo, davvero.

Ricordo che, per un lungo periodo, andavo alla ricerca di vecchi televisori per smontarli e tirarne fuori i diffusori acustici. Li collegavo, poi, al caro vecchio amplificatore SONY di mio padre che come faccia a funzionare ancora, lo sa solo dio.

Un giorno, ebbi un lampo di genio. “Voglio la musica sulla bici” mi dissi. Poteva essere suppergiù il ‘90/’92: al tempo non c’erano né smartphone né, tantomeno, altoparlanti bluetooth.

Fu così che, in preda al mio delirio creativo, la mia mountain bike si ritrovò una radio infilata nel portaborraccia, vecchie casse di televisori disseminate un po’ dappertutto e, chicca finale, un’antenna televisiva agganciata al portapacchi. Capirai bene che una buona ricezione era fondamentale!

Ti confesso che pagherei oro per avere anche solo una foto di quell’esperienza.

Fu quel giorno che qualcuno del paese mi appiccicò l’etichetta di “Marcello Elettrico”, coniando il nomignolo che mi sarei portato appresso per gli anni successivi.

Quando ebbi compiuto 10 anni desideravo la console Nintendo. Per tutta risposta, i miei genitori fecero una delle scelte più sagge che potessero fare:

non mi comprarono la Nintendo, ma spesero dieci volte tanto per regalarmi un personal computer.

Ricordo ancora bene le specifiche tecniche di quella macchina, credo che al giorno d’oggi sarebbe superata come capacità di calcolo anche dall’elettronica di un asciugacapelli: processore 386, frequenza 25mhz, ram di 2 megabyte e disco rigido da 83 megabyte.

Ad ogni modo, io ero entusiasta, soltanto io avevo un pc fra i miei coetanei! Ovviamente lo usavo per il mio unico scopo: giocare. Idolatravo mio cugino Francesco che, avendo qualche anno in più di me, arrivava dalla città con i floppy dei videogiochi.

Fu senza dubbio in quegli anni che il mio imprinting tecnologico si è delineato. Non avevo internet e, di conseguenza, quando “incartavo” il sistema perché toccavo ciò che non doveva essere toccato, me la dovevo risolvere da solo.

Credo che la capacità di essere metodico nel mio approccio empirico venga proprio da quel periodo:  quando si verificava un problema, le provavo davvero tutte per risolvere, un tentativo alla volta, finché non trovavo la strada giusta. Solo col tempo ho capito che studiare prima di eseguire è importante e ho imparato a equilibrare la creatività di chi non sa e procede per tentativi con la pazienza di chi si informa bene prima di fare un’attività.

Nel frattempo, era arrivata la seconda metà degli anni ‘90 e con essa, finalmente, la prima connessione internet via modem.

Scaricavo la musica con Napster, navigavo e chattavo su IRC. Sapevo usare bene il computer ed ero partito da DOS, quindi ero molto più esperto della media dei miei coetanei.

La mia adolescenza è stata difficile: la mia famiglia non attraversava un periodo roseo e quindi, ribelle e demotivato, ho deciso di abbandonare gli studi a 16 anni per iniziare a lavorare. Lavorai in fabbrica, in catene di montaggio di caldaie e climatizzatori. Ho lavorato anche in alcune aziende metalmeccaniche della zona in cui vivevo. Nel tempo libero, “truccavo” il mio motorino e frequentavo le discoteche della domenica pomeriggio. Come tanti, amavo la musica, ballare e divertirmi. Ma anche questo mi fece bene, e ti dirò presto perché.

 

Il mio primo approccio ai servizi tecnici

Dicevamo: amavo la musica, ballare e il divertimento; cosa potevo fare a 18 anni se non comprarmi un sound system?

Mi recai dal più vicino service, quello che forniva l’audio/luci alla sagra del mio paese e chiesi se avessero un impianto audio usato che fossero disposti a vendere. Mi rimbalzarono un paio di volte fra colleghi, prima di rendersi conto che avrei insistito a lungo e finirono col concedermi un vecchio sound system. Due colonne di casse alte circa 2m e un piccolo rack di amplificatori misti.

«Inizia a lavorare – mi dissero – me lo pagherai poi». Come puoi immaginare, io iniziai sì a organizzare le feste, ma il mio scopo non era fare soldi, era divertirmi. Fu così che, dopo 6 mesi di mancato pagamento del dovuto per l’impianto, il titolare del service mi disse: «Vieni a lavorare per me. Noi facciamo fiere e sagre. Lavorando mi pagherai l’impianto». E così feci.

Iniziò così la mia stagione da facchino e trasportatore di americane, luci, impianti audio e layher. Lavorare mi piaceva, mi è sempre piaciuto, e il bello del mondo dei service è che, se desideri guadagnare più degli altri, basta semplicemente che ti impegni  a non dire mai di no.

Lavoro ce n’era e io lavoravo, guidavo e guadagnavo.

Le otto ore della fabbrica mi annoiavano. Preferivo piuttosto farne 16, ma girare, andare in Germania per fiere, a Milano, in tour con Radio Company.

Sentivo di aver trovato una dimensione giusta per me, una condizione di zingara libertà vigilata che mi permetteva di sentirmi libero anche se comunque “schiavo” del lavoro.

 

Alzare l’asticella

Ma bando alle ciance. Avevo trovato una dimensione lavorativa che mi piaceva, guadagnavo meglio della media, per esempio, di un operaio, ma non ho smesso di nutrire ambizioni di crescita. Credo di non aver mai annoverato nel dizionario delle mie intenzioni il verbo “accontentarsi”. Lavoravo in fiera, montavo luci e strutture, ero autonomo e così iniziarono a venirmi affidate persone e materiali da gestire.

Nel giro di qualche mese, mi ritrovai a lavorare per un titolare che mi faceva trovare nei locali della fiera i materiali e il personale; quindi arrivavano i disegni progettuali e io avevo il compito di coordinare il montaggio di padiglioni di americane e luci.

È vero, il lavoro mi dava garanzie sul piano economico e soddisfaceva il mio ego facendomi sentire un leader che muove le truppe sul campo in stile Age of Empires (te lo ricordi? Capolavoro!).

«Marcello – mi chiedevo ancora – ti basta?» Certo che no!

Quando capitò l’occasione, sotto forma di incontro con un vecchio amico, venuto da noi a prendere del materiale per un lavoro Diesel, io ero pronto a coglierla e subito gli dissi: «dai Andrea, portami con te a fare questi lavori super fichi per la Diesel!»

Una settimana più tardi, eccomi su un aereo per Salonicco: andavamo a creare quello che sarebbe stato il primo di una lunga serie di eventi aziendali Diesel a cui ho lavorato. Furono momenti di grande impegno e, insieme, di grande divertimento.

 

Da tecnico a designer

Il mio background di luci e strutture completava in maniera molto sinergica i bisogni dell’azienda con cui lavoravo: si trattava di un service congressuale che si stava approcciando a un cliente come Diesel, che organizzava eventi corporate, e necessitava perciò di allestimenti di un certo livello.

Lavoravo anche per Fiera Milano. La fiera nuova a RHO era appena stata aperta e, per una stagione, ho fatto parte di una delle prime squadre di appendimento. Giravamo i padiglioni vuoti fra una fiera e l’altra con l’incarico di preparare tutte le funi in acciaio per permettere agli allestitori di appendere le loro americane. Inoltre, ci occupavamo di allestire gli stand che venivano commissionati all’azienda per cui lavoravamo.

In quegli anni capii che avrei dovuto studiare, per continuare a crescere.

Le mie capacità empiriche e intuitive erano sempre buone e mi avevano condotto fin lì, ma non potevano portarmi a un ulteriore salto di qualità, perlomeno non in tempi brevi.

Iniziai così il mio percorso di formazione con una vacanza-studio di due settimane a Brighton. Scuola di inglese e alloggio in casa famiglia. Avevo 23 anni e la “vacanza” studio me l’ero pagata coi miei soldi.

Ricordo che evitavo gli Italiani a Brighton come la peste! Mi ero sudato i soldi, avevo capito il valore che hanno e mi sarei sentito un vero sciocco se mi fossi pagato  un viaggio a Brighton per finire a stare con italiani a parlare italiano.

Insomma, fu questa esperienza a darmi le basi della mia conoscenza della lingua inglese. Mi ero reso conto di quanto conoscerla fosse fondamentale per per avanzare nella mia carriera, non importava in quale direzione.

In seguito, mi formai anche in illuminazione scenica e civile, partecipando a corsi organizzati dai distributori di console luci e ai corsi più avanzati di lighting design per architetti neo-laureati.

In particolare, lasciarono un segno i corsi che frequentai in Targetti, grazie ai quali compresi gli aspetti più psicologici ed emotivi della luce e dei suoi colori.

Oltre a formarmi, dovevo investire. Senza ancora avere alcuna prospettiva di lavorarci, imparai a utilizzare ed acquistai un software al tempo avanzatissimo per il disegno luci: wysiwyg di Cast software.

Devo confessarti una cosa: sono stato sul punto di pentirmi di tutti questi sforzi perché, nel frattempo, andavo ancora in giro a “picchiare” tralicci in americana, stendere cablaggi e puntare sagomatori. Finalmente, arrivò l’occasione giusta per raccogliere ciò che avevo seminato. Ci fu un rimescolamento del personale all’interno del service che seguiva Diesel ed ebbi la chance di mettermi in gioco. La colsi senza nessuna esitazione. Avevo solo 25 anni, ma trovai il modo di convincerli a credere in me. Iniziai ad occuparmi del design tecnico di tutti gli allestimenti.

In sostanza, cominciai a fare quello che faccio ancora oggi: aiutare le persone che hanno un’idea tecnologica creativa a trasformarla in realtà,

con un approccio allo stesso tempo rispettoso delle scelte artistiche e molto concreto sul lato pratico. Gli anni che seguirono furono molto divertenti e proficui. Lavoravo con una squadra molto affiatata, organizzavamo lavori ogni volta più grandi, più belli. Sfilate, eventi, enormi stand fieristici al Salone del Mobile di Milano. I clienti finali erano Diesel, Guess, Luxottica, Fantoni, Alberta salotti. Un periodo pieno di soddisfazioni che, come accade un po’ per ogni cosa, iniziò lentamente a declinare, e per cause fuori dal mio controllo: lo scossone finanziario Lehman Brothers. Dopo lo scoppio della bolla, iniziò un inesorabile crollo delle vendite per le aziende di moda per cui lavoravo. I budget si assottigliavano e capii che era giunto il momento di guardarmi intorno.

Era da poco comparso sul mercato uno strumento che serviva ad usare i video proiettori in maniera creativa, il media server.

In particolare, fui colpito da Pandoras Box, il primo media server con motore 3D incorporato. «Wow, figata! – mi dissi – è difficilissimo e pieno di insidie, perché non farlo diventare la mia professione?».

Ma questa è un’altra storia, leggila nel prossimo capitolo.

 

I media server – le grandi proiezioni e gli eventi di NiceFall

Il media server è un dispositivo complicato, e funziona solo sui computer. A me piacciono le cose complicate, e ho una smodata passione per i computer.

Era un matrimonio già scritto, e iniziai a programmare il media server per divertimento. Lo utilizzavamo negli eventi, andandolo ad installare come accessorio per fare proiezioni mappate o molto particolari. Il processo seguente fu quasi naturale: delegai la programmazione della console luci e mi ritrovai a programmare media server e puntare video proiettori.

Devo ammettere, col senno di poi, che ho sempre avuto nostalgia della console luci. Questo strumento così affascinante e potente, con il quale, se programmato nel modo giusto, puoi accendere l’emozione del pubblico anche solo muovendo un cursore, e soprattutto senza far sapere chi sei! 😉

Ti assicuro che, quando partono gli applausi nei concerti, il merito non è solo dell’artista, tantomeno è una scelta del tutto autonoma del pubblico: spesso è proprio chi sta dietro alla consolle luci che decide quando la gente applaude.

Ma sto divagando, torniamo a bomba sui media server.

Il media server per definizione è un player video, capace di gestire multipli contenuti su multiple uscite video.

Questo significa che, grazie a questo software, è possibile sincronizzare, cioè coordinare, più video proiettori o display video nello stesso tempo. Aggiungi alla ricetta il fatto che ormai quasi tutti i media server sono in grado di controllare anche audio e luci e capirai per quali ragioni questa tecnologia sia sfruttata soltanto per una piccola percentuale delle sue effettive potenzialità.

Siamo arrivati ai fatti del 2011, quando nacque la mia prima società: la NiceFall srl.

L’attività principale dell’azienda doveva essere fornire servizi di progettazione e regia per eventi. Gestendo luci, video e suono.

Negli anni a seguire, la combinazione tra le mie capacità commerciali non eccezionali e le condizioni stesse del mercato hanno portato l’azienda ad occuparsi prevalentemente di media server.

Ho lavorato con l’azienda per anni con l’attività prevalente di installare e mettere in onda video-mapping per le più disparate situazioni di spettacolo: dal Macbeth al Teatro la Scala agli Emirati Arabi per diverse occasioni e celebrazioni, senza dimenticare le grandi proiezioni su palazzi e oggetti vari in Italia.

Pandoras Box, il media server che avevamo scelto, era sulla bocca di tutti. Il migliore del mercato.

Oggi è stato raggiunto da molti dei suoi concorrenti, ma allora era una macchina che disponeva di una flessibilità tale da permettere risultati unici. Io e i miei colleghi siamo diventati molto esperti nell’usarlo, e in quegli anni eravamo identificati per questo: eravamo quelli del Pandora.

Ci sono stati due anni che hanno segnato in modo particolare il destino dell’azienda, proprio perché noi eravamo “quelli del Pandora”: Il 2013 e il 2015.

Nel 2013 sono stato contattato per l’applicazione di un media server più creativa che io abbia mai visto: il progetto IMA videowall.

Nel 2015 invece siamo stati arruolati per l’albero della vita di EXPO, ma questa è un’altra storia che puoi leggere qui.

 

Videowall – Il video catalogo a dimensione reale

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