I software developer sono degli imbroglioni! Ecco come smascherarli

«Questi che vendono software sono tutti ladri»

Eravamo seduti ad un caffè durante un allestimento. Oltre a me, c’erano alcune figure decisionali di uno dei miei più importanti clienti. Uno di loro proferì quella frase e sulla conversazione calò il gelo.

La NiceFall, al tempo, si occupava proprio di sviluppare software visuale per loro!

Sentendo pronunciare quelle parole, io non ho emesso alcun suono, anche se la tentazione di rispondere era davvero forte.

Ci pensò il mio referente a precisare chi ero e che il mio ruolo era proprio quello di project manager del loro ultimo prodotto visuale (quello che poi li ha portati ad essere leader di settore nella presentazione dei loro prodotti, ma questa è un’altra storia).

Avrai già capito da queste prime righe che il titolo di questo post è un’ironica provocazione. D’altro canto, frasi come queste si sentono spesso negli ambienti di “chi paga”.

Scrivo questo articolo perché io opero nel mezzo, fra chi paga e chi esegue, e nutro l’ambizione di creare una maggiore comprensione reciproca. Spero l’argomento ti interessi e che tu voglia approfondire. Buona lettura.

Torniamo alla storia: mordersi la lingua e non rispondere spesso paga e, soprattutto, ti lascia il tempo di pensare. Ho riflettuto molto sull’affermazione forte del cliente e cercato di capire il suo punto di vista.

Il lavoro digitale, e soprattutto la programmazione software, ha infatti delle peculiarità rispetto a qualsiasi altro lavoro “artigianale”.

Perché parlo di artigianato?

Perché di fatto le aziende e i freelance che si occupano di sviluppo software non sono altro che dei sarti che cuciono degli abiti digitali intorno alle esigenze del loro cliente. Non vendono affettati o merendine, cioè prodotti pensati per il cliente e messi su uno scaffale a vendersi da soli o quasi. Lo sviluppo software è un lavoro di sartoria. È fatto di riunioni, comprensione reciproca e, soprattutto, ricerca e sviluppo per trovare il miglior compromesso budget/soluzione. L’app store è il centro commerciale. La digital agency è la bottega sartoriale.

Nessuno solleva obiezioni quando un sarto chiede 1500€ per confezionare un vestito su misura: tutti danno per scontato che ci sia un gran lavoro di misure, modelli e macchina da cucire per arrivare al risultato. Al contrario, quando qualcuno ci chiede 1500€ per programmare software abbiamo sempre l’impressione che ci stia fregando.

Ma perché?

Ho provato ad analizzare le cause che, nel pensiero comune, quindi generalizzando, portano a questo pensiero:

  • Il prodotto non si può toccare con mano
    • Il prodotto digitale di per sé è etereo, senza forma.
  • Si fa tutto al computer e, si sa, il computer dà l’impressione di far tutto da solo. Mettici poi che “lo sa usare mio nipote di 3 anni”…
  • Il prodotto del tuo “sarto” digitale viene visualizzato sullo stesso display nel quale si vede un attimo prima un sistema operativo che è costato miliardi di dollari di sviluppo e il confronto ci porta a lamentarci del fatto che l’esperienza (look & feel) non sia la stessa.
  • Spesso si leggono articoli tipo quello che uscì sul Sole 24 Ore, che raccontava la storia di Riccardo Zacconi: tra il 2015 e il 2016, l’imprenditore esperto di digital, online e videogiochi vendette la sua azienda, King Digital Entertainment, per quasi 6 miliardi ad Activision; King aveva creato Candy Crush, il videogame con 480 milioni di utenti attivi al mese. [Trovi il link alla notizia in fondo a questo articolo]
    • Articoli come questo ti fanno immaginare un mondo dove nello sviluppo software i soldi sono facili e le opportunità dietro l’angolo. In realtà lo sviluppo software ha delle dinamiche imprenditoriali molto particolari, prima su tutte una potenziale scalabilità molto elevata, ma questo argomento vale la pena discuterlo in un articolo separato.
  • La programmazione software è una professione storicamente giovane:
    • Se nel caso delle arti e dei mestieri artigianali siamo abituati da generazioni ad avere a che fare con sarto, idraulico, muratore, elettricista, imbianchino, artista, piastrellista, estetista, parrucchiere ecc…,  nella nostra società abbiamo a che fare con la programmazione software da meno di 30 anni. Molti, nella loro esperienza individuale, non hanno mai avuto un singolo contatto con un professionista della programmazione

Giungiamo a una prima conclusione: se hai letto tutto fino a qui, starai forse immaginando un programmatore con ago e filo in mano. 🙂
Naturalmente non accade, per lo meno spero di no! 🙂

In ogni caso, considera che il lavoro del programmatore non è un lavoro manuale, bensì un lavoro di ricerca e sviluppo.

L’evoluzione dei framework di programmazione (le piattaforme che ti permettono di creare dei programmi) è uno degli strumenti di lavoro che subisce l’evoluzione più rapida del momento. È come se ogni 6 mesi uscisse un nuovo modello di ago e filo che rende obsoleto ed inefficiente quello che si è usato fino al giorno prima. Il lavoro più importante del programmatore, quindi, è rincorrere questo velocissimo progresso tecnologico per essere in grado di fornire prodotti ai propri clienti aggiornati ed al passo coi tempi. Se vuoi la prova di questo, chiedi ad un qualsiasi programmatore quante volte nella sua carriera ha dovuto cambiare strumento per produrre i suoi programmi.

Ogni volta che approcci uno strumento nuovo, devi imparare ad usarlo e, ovviamente, non puoi caricare sul tuo cliente il costo della tua formazione, non al 100% per lo meno. Cosa succede, allora, quando si spendono tutte queste ore per studiare le nuove soluzioni? VANNO A ERODERE IL MARGINE DEL PROFESSIONISTA.

Infatti, che stiamo parlando di un freelance che vende il proprio tempo o di una software house che paga dei dipendenti per scrivere codice, il risultato cambia di poco. Entrambe le realtà sostengono una uscita di risorse (tempo o denaro) per riportarsi al passo coi tempi.

Nel prossimo articolo parlerò di come valutare il tuo team di sviluppo, se ti interessa clicca pure il link sotto:

Come scegliere il giusto team di sviluppo

 

Fonte 1: Sole 24 Ore su Riccardo Zacconi

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